|
Parte
1: l'informazione ed il gesto chirurgico
A
noi chirurghi piace parlare di chirurgia in termini di grandi interventi
e demolizioni, di virtuosismi laparoscopici o robotici; è
più difficile tentare di analizzare in modo critico cosa
significhi per un paziente "ricevere" un gesto chirurgico.
Proprio per questo motivo ci accingiamo, in queste poche righe,
ad una riflessione, cominciando dall'elemento più importante,
l'informazione.
Su un editoriale di Lancet il bioetico Nick Ross osserva che mentre
il farmaco più comune è sempre accompagnato, attraverso
il suo foglietto illustrativo, da una discreta mole di informazione,
lo stesso non accade per gli interventi chirurgici. Molti pazienti
non sanno cosa aspettarsi dal loro ingresso in sala operatoria e,
cosa più importante, come ne usciranno.
Tale problema riguarda il consenso informato; in Europa si è
alla ricerca di un accordo per la messa a punto di documenti standard
che siano applicabili almeno per gli interventi più frequenti.
Anche in Italia non esiste accordo al riguardo e ciascun Ospedale
agisce secondo le sue possibilità e capacità e, a
volte, secondo la buona volontà del singolo medico. D'altra
parte fornire una spiegazione è obbligatorio, giacchè
si richiede all'ammalato di firmare un consenso "informato";
inoltre le spiegazioni fornite, spesso, non sono comprese.
La mancanza di informazione standardizzata è un difetto,
accentuato dal fatto che i media, che spesso si occupano di salute,
abilissimi nell'analizzare le caratteristiche di diete e di creme,
sulla chirurgia non sono così presenti ad eccezione della
chirurgia estetica.
Certamente nel caso di un intervento di urgenza non vi è
molto spazio per l'illustrazione di tecniche, percentuali di successo
e complicanze ma, nei paesi industrializzati, quasi l'80% degli
interventi è in elezione (ovvero programmato con mesi di
anticipo).
Nell'attesa che la situazione cambi attraverso atti ufficiali, si
può fare molto cominciando a dare le informazioni giuste
al paziente che, dal canto suo, dovrebbe abituarsi a chiedere per
provare a capire tutto ciò che gli succederà. In Inghilterra
sono stati proposti alcuni schemi con elenchi che toccano punti
salienti quali:
- utilizzare schemi anatomici anche molto semplici per mostrare
le aree interessate dall'intervento e le procedure adottate
- dire quali sono le percentuali di successo
- spiegare quali sono le procedure diagnostiche preoperatorie e
cosa ci si attende da ciascuna di esse
- spiegare bene come ci si sentirà al risveglio ( se l'intervento
richiede una narcosi) o dopo l'anestesia anche se periferica, se
ci saranno dei drenaggi, cannule venose o arteriose o sondino naso-gastrico
- essere molto chiari sulla sede ed approssimativamente la dimensione
della ferita chirurgica
- parlare del dolore postoperatorio e sulla ripresa delle attività
più semplici come la deambulazione e successivamente quelle
più complesse come il lavoro, badare ai figli, sport
- spiegare quali farmaci si somministreranno e per quale motivo
- parlare dell'eventualità di trattamenti postoperatori (come
la chemioterapia o la radioterapia nel caso di tumori)
- e soprattutto non dimenticare di illustrare, nel modo più
semplice possibile, le complicanze più frequenti di un determinato
intervento, la frequenza con cui si realizzano e la terapia che
si applica a sua volta.
Con questi dati in possesso del paziente (ponderati certamente a
seconda delle caratteristiche culturali e sociali del singolo) il
consenso potrebbe essere realmente "consapevole".
Non dobbiamo trascurare i casi però, di persone che non se
la sentono di affrontare, oltre all'intervento in sé, anche
l'elencazione e l'illustrazione dei dettagli. A questo punto trova
giustificazione ed efficacia l'atteggiamento paternalistico (o distaccato)
del "chirurgo di una volta" al quale il paziente si affidava
con cieca fiducia.
Non si può che desumere che si tratti di una questione individuale,
e di libertà di scelta: si può desiderare l'informazione
più dettagliata o scegliere di non chiudere nulla e firmare
il consenso. E', crediamo, però essenziale che il malato
possa scegliere se chiederci ogni spiegazione o meno, fermo restando
che il modello proposto qui sopra resta uno spunto forse ancora
troppo anglosassone.
Al
di là delle nostre considerazioni da chirurghi, pur di buona
volontà, esistono degli studi condotti con rigore scientifico
da Psichiatri e Psicologi americani; essi osservano e studiano le
risposte emotive dei pazienti in attesa di un intervento chirurgico
o un esame diagnostico con l'incognita dei loro esiti. Tra le più
frequenti vi solo i disturbi del sonno e la difficoltà di
concentrazione. Al riguardo si è osservato che pazienti correttamente
informati sul proprio stato di salute, sulle prescrizioni mediche,
sulle modalità di somministrazione dell'anestesia, sui rischi
dell'intervento e sull'eventuale dolore postoperatorio, hanno una
degenza inferiore in termini di tempo ed una minore necessità
di analgesici.
Contrariamente a quanto spesso si ritiene, alcune ricerche hanno
dimostrato che in mancanza di informazioni precise sul proprio stato
di salute, è facile pensare che la propria condizione sia
più grave di quanto non lo sia n realtà. In uno studio
del Dott. Leo D. Egberg, dell'Università dell'Oregon, un
campione di 97 ricoverati per un intervento di chirurgia addominale
è stato diviso in due gruppi: uno veniva informato in modo
dettagliato sulle fasi dell'intervento (sulla scorta del modello
di Nick Ross), l'altro non riceveva alcuna informazione. I risultati
hanno dimostrato come il ricevere informazioni sull'intervento migliori
in modo significativo la "compliance" verso il dolore
(richiesta di antidolorifici inferiore del 50%), riduca il livello
di preoccupazione, di irrequietezza e la dipendenza dal personale
ospedaliero con una degenza significativamente inferiore (3 giorni
in media).
Altre ricerche ancora sottolineano l'importanza della preparazione
psicologica atta a ridurre l'ansia con il training autogeno (ma
ci rendiamo conto che l'attuazione a tappeto di un modello di questo
tipo si avvicina alla fantascienza nelle nostre strutture ospedaliere).
Attenendoci invece ai fattori che favoriscono i presupposti di una
risposta positiva all'intervento ed a una guarigione più
rapida, essi vanno ricercati nelle informazioni oggettive fornite
al paziente ad alla famiglia e nella gestione dell'ansia e delle
paure, più o meno forti a seconda di alcuni fattori individuali
(capacità cognitive, variabili psicosociali, età
).
Potremmo distinguere tre fasi durante la degenza di un paziente
chirurgico, con relative problematiche:
1. una fase preoperatoria,
in cui il paziente, nella maggior parte dei casi, vive un elevato
livello di stress psicologico. Questo particolare tipo di "stress
negativo" caratterizzante tutti i tipi di ricovero, in questa
situazione si acuisce e l'intervento chirurgico assume carattere
di ambivalenza, in quanto oscilla tra l'essere portatore di guarigione
o di ulteriore sofferenza. Se questa ansia non viene ridotta si
rischiano reazioni aggressive da parte del malato , con ulteriore
aumento di stress, prima, e difficoltà alla riduzione del
dolore, dopo. Talora il vissuto di timore per un pericolo incontrollabile
può causare nel malato un grave stato di depressione, insicurezza,
irrequietezza, insonnia ed incubi; in alcuni casi, a causa della
situazione di forte dipendenza e passività si possono attivare
modalità di regressione. In questa fase è importante,
per il futuro andamento della malattia, capire e valutare se il
paziente necessita di interventi preventivi per rendere questo periodo
meno stressante possibile. Vi sono molte variabili che influiscono
sulle modalità di sviluppare ansia; in particolare ad esempio
i soggetti più colpiti sembrano essere le donne, i fumatori,
coloro che hanno un livello di scolarità superiore, coloro
che non hanno mai subito un intervento (ma anche coloro che lo hanno
già subito ricevendone un'esperienza negativa) ed infine
gli interventi che comportano una mutilazione (con riferimento alla
modificazione dell'immagine corporea). Al riguardo occorrono alcune
precisazioni. Ogni qual volta che si "viola"l'integrità
corporea di un altro essere umano, per un piccolo intervento (quale
potrebbe essere l'asportazione di un nevo), o per un intervento
maggiore (ad esempio una resezione intestinale o mammaria ad intento
oncologico) sarebbe giusto fermarsi a riflettere su quali ripercussioni
il nostro gesto possa avere, non solo sul corpo ma anche sulla psiche
dell'individuo. Violare l'integrità corporea o modificarla
significa mettere in qualche modo in discussione l'identità
dell'individuo che si manifesta con la sua immagine corporea e quindi
nella rappresentazione che ciascun essere umano ha di se. Nella
nostra vita di tutti i giorni anche l'immagine sociale è
strettamente legata a quella corporea con le implicazioni che inevitabilmente
ne derivano.
La menomazione chirurgica, come detto prima, può essere piccola
ed apparentemente insignificante o più importante fino a
lasciare, oltre ad una cicatrice visibile, anche, ad esempio, una
stomia (sia essa transitoria o permanente). Tale cambiamento dello
schema corporeo causa nel paziente una modificazione dell'immagine
e della rappresentazione di sé attraverso schemi culturali,
fisici, cognitivi, emotivi,sessuali ed anche economici. Esistono
infatti numerosi fattori che interagiscono sull'adattamento a nuove
situazioni e che dipendono da caratteristiche di personalità
(del paziente) ed ambientali: tra esse la sensazione di perdita
e fallimento, di impotenza (di fronte alla malattia) e di inadeguatezza;
il disagio e la paura. Per far fronte ad esse la psiche tenta un
processo di adattamento alla nuova immagine corporea che si articola
in alcuni stadi (ben classificati dalla Psicologia moderna):
- percezione di una nuova condizione (talvolta attraverso un periodo
di esitamento o addirittura di negazione)
- allarme (che si avverte solitamente con ansia, agitazione, insicurezza)
- ricerca
- sofferenza (presa di coscienza di una mutilazione)
- conclusione (tentativo di costruzione di una nuova identità)
Ognuna delle fasi sopra citate si manifesta con gradi e modalità
differenti a seconda del background sociale e culturale di ciascun
individuo, ma il suo impatto non andrebbe mai sottovalutato così
come le emozioni che ne scaturiscono (vergogna, rabbia, talora senso
di colpa, ansia e, più frequentemente la depressione).
L'equipe medica che assiste un paziente e che propone un intervento
chirurgico dovrebbe sempre averne coscienza ed imparare a preparare
adeguatamente il paziente ed i suoi famigliari, saper dare oltre
alla cura (come gesto chirurgico o medico) anche un adeguato sostegno
postoperatorio che poi proseguirà durante il reinserimento
sociale.
2.
l'anestesia, che costituisce uno degli aspetti più preoccupanti
dell'intervento per il paziente. La paura scaturisce dal fatto
che il paziente non è cosciente, non è sveglio, ma
si deve abbandonare completamente nelle mani del chirurgo e della
sua equipe. Il paziente ha paura di sentire dolore, di svegliarsi
durante l'intervento o anche di non svegliarsi mai più. Una
informazione più dettagliata è volta a ridurre tutte
queste paure
3.
la fase postoperatoria, che è condizionata da queste
informazioni, cioè quelle fornite prima dell'intervento.
Come spiegato all'inizio, la durata della degenza, del dolore postoperatorio
e l'utilizzo dei farmaci è indirettamente proporzionale alla
quantità ed alla correttezza delle informazioni fornite al
paziente sul stato di salute e sull'intervento chirurgico.
|